Le domande al prof. Monti su "L'Europa come mondo vitale"

Scritto da Redazione. Postato in Interventi e documenti

Durante il seminario del 20 novembre 2013 dedicato a "L'Europa come mondo vitale" sono state poste all'ospite principale, il prof. sen. Mario Monti, le seguenti domande, a cura dei dott. Giovanni Rizzoni e Annibale Ferrari.

 

 

Quattro domande al sen. prof. Mario Monti  su mondi vitali e costruzione europea


1. Come ricostruire il senso dell’Europa per i cittadini?

La prima domanda riguarda il “senso” dell’Europa per i suoi cittadini. Da quando è scoppiata la crisi economica, l’appartenenza all’Unione Europea è percepita come una fattore negativo più che come un’essenziale risorsa per favorire il benessere dei popoli europei. Più che come nuova frontiera aperta per superare le barriere economiche e politiche, l’Europa è percepita con  insofferenza come sistema di vincoli e di limitazioni.
Questo mutamento di percezione ha investito soprattutto i paesi più esposti alla crisi, ma serpeggia anche in realtà nazionali apparentemente meno toccate dai fenomeni del declino economico (disoccupazione giovanile, deindustrializzazione, crisi del welfare state). Il successo di movimenti populisti e tendenzialmente antieuropei anche in paesi come l’Austria è indice di questa tendenza. Si tratta di movimenti che appaiono in primo luogo antistorici in quanto ripropongono un ritorno al passato che non porterebbe solo ad una gravissima crisi istituzionale,  ma ad una vera e propria rottura di civiltà. L’Unione europea è il risultato di un immane conflitto sui valori che si è consumato attraverso la lunga “guerra civile europea” (1914-1945): un conflitto paragonabile alla guerra civile americana, che costituì a sua volta un punto di svolta irreversibile nella costruzione dell’assetto federale degli Stati Uniti, soprattutto per l’omogenea tutela dei diritti fondamentali.   
A cento anni dall’inizio di quel conflitto come rendere gli europei consapevoli della posta in gioco nel rilancio dell’Unione?   Come rimettere in sintonia i bisogni e le aspettative espressi dal vissuto dei cittadini europei con una politica europea di nuovo  capace di dare risposta alla domanda di benessere  e  di ampliamento degli spazi di libertà?  

 

2. Dove trovare nuove risorse civili per alimentare  il federalizing process europeo?

La questione della democrazia europea viene tradizionalmente posta in termini di un preteso deficit democratico dell’Unione, sottintendendo che solo in ambito nazionale si realizzerebbe la pienezza dei  principi democratici. Da questa prospettiva, la democrazia europea viene interpretata quasi come un gioco a somma zero: se aumenta il tasso di democraticità dell’Unione, diminuisce quello degli Stati nazionali, e viceversa. E’ molto forte la tentazione di vedere negli Stati nazionali i soli ambiti di svolgimento della “vera” democrazia, con i parlamenti nazionali a fare da “cani da guardia”  delle competenze degli Stati membri (come avviene ad esempio nelle procedure previste dai Trattati per il controllo di sussidiarietà).
In realtà, la crisi della democrazia europea va affrontata come una crisi della democrazia in Europa, come radicale messa in discussione della funzionalità e legittimità dei tradizionali istituti della rappresentanza politica tanto a livello europeo che nazionale. Questa comune crisi pone di fronte ad un evidente paradosso. Da un lato, un radicale salto di qualità della democrazia europea sembra oggi ineludibile per dare quelle risposte in termini di governo che gli Stati nazionali non sembrano più in grado di dare. Questo scatto in avanti può essere rappresentato da quella prospettiva di una federazione di stati nazionali, più volte richiamata da alcuni dei più importanti leaders europei. Dall’altro lato, ogni accelerazione sembra confliggere con le  esigenze di mantenere coesa un’entità politica costituita da 28 stati nazionali contrassegnati da profonde diversità di culture politiche e di condizioni sociali ed economiche. In un ecosistema istituzionale così complesso e fragile come quello europeo il mantenimento della prassi del compromesso e della concertazione sembra  destinato a rappresentare ancora per molto tempo l’unica prospettiva ragionevole per dare un futuro all’Unione. Anche l’iniezione di elementi di democrazia diretta nella governance dell’Unione - con gli inevitabili effetti divisivi e polarizzanti da essa derivanti per il sistema politico europeo- va verificata dal punto di vista della sua sostenibilità democratica.
Di fronte a questi dilemmi, attraverso quali canali il federalizing process europeo può fare assegnamento su risorse civiche ulteriori rispetto a quelle provenienti dal circuito della rappresentanza politica? Descrivendo la democrazia americana, Tocqueville ne individuava una delle fonti inesauribili di vitalità nella ricchezza di articolazione della società civile.  Come mettere in circolo i mondi vitali della società civile europea con il cantiere aperto della costruzione dell’Unione politica? Questa domanda ha un significato particolare per il nostro paese, nel quale alcune delle componenti sociali più vitali e creative operano più fuori che dentro i confini nazionali (come i giovani “Erasmus” o gli imprenditori che esportano). Come sfruttare queste energie, da possibile fattore di debolezza (“fuga dei cervelli”, delocalizzazioni), in ponti attivi per la costruzione di un sistema paese aperto alla dimensione europea? 

 

3. Come garantire l'uguaglianza delle opportunità tra tutti i cittadini europei?

La costruzione europea fonda le sue premesse sui principi basilari della pace e sulla promessa di un futuro di prosperità e di sviluppo nel quale tutti i cittadini europei possano riconoscere un destino comune. Tali principi sono sanciti in modo molto chiaro nell'articolo 3 del Trattato sull'Unione europea: "l'Unione infatti si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi cittadini" e "si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva  che mira alla piena occupazione e al progresso sociale".
Oggi è ancora così? Possiamo cioè affermare che questi ideali e questi principi animano ancora lo "spirito pubblico" costruttore delle classi dirigenti nazionale ed europee, sollecitano le aspirazioni delle opinioni pubbliche e sono capaci di dischiudere orizzonti nuovi alle vite delle persone e delle comunità?
In questi anni, le persone hanno visto aumentare le diseguaglianze anziché ridursi e l'attuale crisi ha aperto profonde fratture all'interno della società che passano per le differenze di reddito, per il fattore generazionale e di genere e si manifestano anche per linee di tipo geopolitico (tra i paesi del nord e quelli della sponda sud dell'Europa).
Tutti gli indicatori a nostra disposizione segnalano in modo inequivocabile, in particolare per alcuni paesi (fra i quali l’Italia),  l'impoverimento del ceto medio ed il blocco della mobilità sociale; e il meccanismo virtuoso tra crescita e redistribuzione sembra non funzionare più mettendo in difficoltà ogni politica di coesione.
L'opinione pubblica avverte quindi la disillusione delle promesse non mantenute: quelle che riguardavano il miglioramento delle condizioni di vita e di ampliamento delle opportunità; quelle che garantivano il successo nella sfida competitiva della globalizzazione e i vantaggi di una moneta forte; quelle infine che vantavano la progressiva estensione del modello sociale europeo a fasce di popolazione via via sempre più ampie.
È chiaro che nessun sistema politico può continuare ad esistere quando le diseguaglianze raggiungono limiti ritenuti intollerabili alla convivenza sociale. La costruzione europea ed il suo cammino sono pertanto fortemente a rischio di raggiungere un punto di rottura.
Come si risponde a queste sfide? Quali misure possono essere messe in campo non solo per ridurre le diseguaglianze tra i più ricchi e i più poveri, tra i più deboli e i più forti, ma anche per rimettere in moto l'ascensore sociale tra le diverse classi sociali che costituisce il più potente fattore di integrazione?

 

4. Come costruire lo spazio pubblico europeo?

Nel 2014 si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Si tratta di un appuntamento gravido di incognite per il protrarsi della crisi economica e per il riacutizzarsi di spinte populistiche nei diversi paesi europei che fanno temere per la scarsa partecipazione popolare e anche per l’affermarsi di movimenti antieuropei.
La cronaca di questi giorni non serve a rassicurarci e ci mostra, al contrario, il tentativo di queste forze - rimaste a lungo confinate come correnti di opinione minoritarie nei singoli Stati membri - di mobilitarsi fuori da tali confini su una piattaforma politica comune.
Le tradizionali famiglie politiche europee, ancorate ad una tradizione europeista solida e duratura, faticano ad assorbire tali spinte e a dare ad esse forma e rappresentanza democratica. Esse sono da tempo impegnate in un ripensamento del campo delle rispettive influenze e dell’affermazione di una identità che superi i ristretti confini nazionali dei singoli Stati.
Si tratta di uno sforzo non privo di difficoltà. Lo spazio politico europeo è sempre stato infatti più una proiezione delle dinamiche nazionali che un vero e proprio spazio per il dibattito pubblico delle questioni che riguardano la vita delle persone in quanto appartenenti ad una comunità europea. D’altronde le democrazie moderne si pensano e si consolidano proprio entro i confini degli Stati-nazione ed è quello lo spazio nel quale si strutturano le forme della rappresentanza dei partiti politici.
Oggi tuttavia proprio mentre questi partiti sperimentano - in modo più o meno acuto nelle diverse realtà nazionali - tutte le difficoltà di rappresentare gli interessi e le istanze delle proprie comunità nelle sedi dove si definiscono problemi che hanno molto spesso dimensioni che superano i confini nazionali, la costruzione dello spazio politico europeo non è ancora del tutto strutturata ad accogliere in modo efficace quella funzione di trasformazione politica delle domande sociali ad essi attribuita.
In questo avvitamento si intravede un rischio enorme per il futuro europeo.
In quale modo si può perciò provare a costruire forme politiche nuove che sappiano interpretare, rappresentare e incanalare questa domanda di “più politica” nel corretto processo di integrazione europea?